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Premio Città di Barzio 2014

 
VALSASSINA SKI TEAM
PREMIATO AL GALA' DELLO SPORT 2013
"Per la lunga e costante promozione delle attività sportive in Valsassina "
L'obiettivo è di mantenere puri i valori dello sport agonistico, del divertimento, di un sano spirito di squadra e dell’autenticità del rapporto tra atleta e allenatore.
 
Essere vincenti nello sport e nella vita è un' attitudine che si può apprendere.
Il Valsassina Ski Team si prefigge, da sempre, il compito di formare dei vincenti, facendoli divertire in un contesto sportivo.
Sfruttando l'intelligenza emotiva/agonistica degli stessi bambini, applicando empatia e preparandoli tecnicamente, gli allenatori, negli anni, hanno formato tanti piccoli atleti
 
LO SCI CLUB CON UN PROGRAMMA FATTO SU MISURA PER OGNI ESIGENZA E DESIDERIO.
 
FLESSIBILITÀ per poter scegliere gli orari e le attività più adegiati per voi.
PROFESSIONALITÀ di un elevata competenza tecnica e una didattica avanzata.
ATTENZIONE per i dettagli e le novità con incentivi mirati a mantenere viva la voglia di sciare.
 
La gestione e l'organizzazione consolidate dall'esperienza pluriennale.
Stare al passo coi tempi evolvendoci nella giusta direzione.
 
Allenamenti su tracciato GS ed SL, tecnica, sci campo libero, video, programma di allenamento in pista e a secco, allenamenti .
 
 

Educare attraverso lo sport

 
Qualunque sport si pone come obiettivo la crescita armonica non solo del fisico, ma anche della personalità dell’individuo, della sua sfera emotiva e sociale . “Praticare uno sport offre al bambino l’opportunità di socializzare con altri coetanei, insegna a ‘lavorare’ insieme per un progetto comune e a rispettare le regole del gioco. Ma insegna anche ad aver rispetto per sé stessi e per gli altri, non sentirsi invincibili di fronte ai compagni solo perché si riesce bene nella pratica sportiva e a non sentirsi degli sconfitti solo perché si è più lenti degli altri.
 
Il ruolo preciso dello sport è quello di accompagnare i giovani nel futuro, allevandoli alla vita e questo è quanto vogliamo fare noi del Valsassina Ski Team.
Crediamo che lo sport sia una palestra di civiltà e che possa rappresentare la faccia migliore, la più pulita, dei nostri giovani.
Lo sport veicolo di valori positivi come la lealtà, l'impegno, il gioco.
I valori di questi ragazzi che fanno sport, studiano, sono un esempio per la società.
 
Lo spirito di gruppo che dimostrano, lo sforzo di tutti è un momento importante che vivono giornalmente.
Lo sport, un'opportunità per mantenere, migliorare e confrontarsi imparando ogni giorno i valori del rispetto verso gli altri e del sacrificio.
Strumento di aggregazione , di formazione, di sviluppo della persona, di coesione  di inclusione sociale.
Promozione di benessere, la salute della passione un antidoto contro il bullismo e la violenza tra i minori.
Non vogliamo sostituirci a nessuno, ma con il nostro impegno aiutare questi ragazzi a coltivare passioni che li aiuteranno sicuramente a crescere.
Dopo vent'anni di volontariato abbiamo la forza e i numeri dalla nostra parte che confermano il lavoro sin qui svolto.
Centinai di bambini, poi ragazzi, poi giovani ed infine adulti che hanno dato tanto allo sci ma che sicuramente hanno ricevuto molto.
 
L'altra sera mi sono fermato ad assistere ad un allenamento di calcio del figlio di un mio amico, dopo una decina di minuti il Mister li ha divisi in due squadre per giocare una partitella. Prima di dare il cosiddetto "fischio d'inizio", a ciascuno ha assegnato un compito spiegando loro l'importanza di quel ruolo all'interno della squadra, aggiungendo poi che se uno soltanto non lo avesse ottemperato, tutta la squadra ne avrebbe risentito. Insomma, ha fatto sentire tutti quei ragazzi importanti e utili.
Al termine del breve incontro, mentre gli atleti raggiungevano gli spogliatoi, ad ognuno ha stretto la mano e detto: "grazie per quello che hai fatto in campo".
In quel momento mi sono posto diverse domande: forse il nostro fare formazione significa anche questo?
Cioè, far sentire le persone utili e non smettere mai di ringraziarle per quello che fanno?
L'imperativo emerso è stato quello di essere squadra e non semplice gruppo, dove le persone stentano ad avere un ruolo ben preciso.
Anche un racconto che ho letto qualche tempo fa, spiega perfettamente il senso di tutto questo e diceva.....
"Nello scafo di una gigantesca nave c'era una piccola vite, minuscola e insignificante, che insieme ad altre viti teneva unite due piastre d'acciaio.
Durante un viaggio, la piccola vite decise di averne abbastanza di quella sua esistenza oscura e mal ripagata. In tanti anni mai nessuno le aveva detto grazie per quello che faceva, e sbottò: " Ho deciso, me ne vado!". "Se te ne vai tu, ce ne andiamo anche noi" dissero le altre viti.
Infatti, appena la piccola vite cominciò a ballare nel suo alloggiamento, anche le altre presero a traballare e ad ogni ondata un po' di più. I chiodi che stringevano il fasciame della nave protestarono: "così anche noi siamo costretti a lasciare il nostro posto".
"Per amor del cielo fermati" gridarono alla vite le piastre d'acciaio. " Se non c'è più nessuno che ci tiene insieme per noi è finita!"
L'intenzione della piccola vite di lasciare il suo posto si propagò in un attimo per tutto il gigantesco scafo della nave. L'intera struttura, che prima sfidava le onde con tanta sicurezza, cominciò a cigolare penosamente e tremare.
Tutte le piastre, le nervature, le assi le viti e anche i piccoli chiodi della nave decisero allora di mandare un messaggio alla vite perchè rinunciasse al suo proposito: "Tutta la nave si sfascerà, affonderà e moriremo tutti".
La piccola vite si sentì lusingata da queste parole e scoprì improvvisamente di essere importante più di quanto pensava. allora mandò a dire a tutti che sarebbe rimasta al suo posto".
 
Il ruolo che a ciascuno di noi è affidato, è importante. Soprattutto quando siamo responsabili di associazioni. Ci auguriamo di saperlo "giocare" a tutto campo.
Cerchiamo ogni anno di avvicinare il più alto numero di bambini all’attività dello sci con i corsi di vari livelli.
Importante è la collaborazione con le scuole di sci di Bobbio/Valtorta che ci aiutano ad accompagnare i bambini nella scelta dell’attività sportiva, in questo caso lo sci, anche se per noi il bambino ha diritto di rinunciare a frequentare un corso in qualsiasi momento, senza essere obbligato a continuare.
 
I corsi sci sono per il nostro sodalizio un ottimo bacino dove attingere per realizzare un’altra attività del Valsassina Ski Team: l’agonismo 
Solo l’anno scorso i nostri bambini dell’agonistica avevano provato a fare qualche gara e dopo una sola stagione sono riusciti a raggiungere buoni risultati: qualificazioni ai Campionati Regionali e le qualificazioni alla fase Nazionale per il Gran Premio Giovanissimi. Soddisfazione per tutto lo  staff e genitori compresi. 
 
I genitori non devono riversare sui ragazzi i loro desideri e non devono pretendere che primeggino sui compagni. Devono essere contenti di lui se è bravo, ma anche se non riesce benissimo. Anzi, in questo caso è bene parlare con il proprio figlio per capire se gli insuccessi gli procurano frustrazione, in modo da sostenerlo e decidere eventualmente se vuole smettere. ma se il bambino si mostra determinato nella sua scelta, non insistere 
Nel Valsassina Ski Team anche lo sci di fondo è protagonista, i ragazzi  hanno saputo seguire il loro allenatore che con tanta pazienza li ha allenati, aiutati, consigliati, sostenuti sino a raggiungere risultati importanti: una su tutti la recente medaglia d’Oro nella staffetta ai Campionati Italiani Allievi 2011 di Chiara Busi . Che dire tanti sacrifici ma anche grandi soddisfazioni.
 
I nostri ragazzi stanno imparando dagli allenatori che la Tenacia e la Costanza sono attitudini che l'allenamento mette in evidenza. La lezione più importante è prima di imparare a Vincere bisogna imparare a Perdere.
 
Il Valsassina Ski Team non è solo sci alpino e sci nordico, durante il periodo estivo c’è anche lo skiroll con un folto gruppo di master che si uniscono ai giovani dello sci nordico.
Oltre a partecipare con i nostri atleti alle gare più importanti a livello nazionale, siamo impegnati anche nell’organizzare la classica Staffetta Americana che si svolge nel mese d’agosto a Barzio; manifestazione che ha visto alla partenza i migliori azzurri dello sci nordico e  i campioni mondiali  della specialità.
 
Quanto stiamo facendo sul territorio è sicuramente impegnativo.
Vorrei ringraziare gli  sponsor  che senza di loro il nostro sogno sarebbe destinato a rimare tale.
Vorrei  ringraziare tutte le persone con cui lavoro intensamente da molti anni, rimboccandoci tutti insieme le cosiddette "maniche della camicia", per far si che le attività del nostro gruppo raggiungano sempre i massimi livelli.
 
Inoltre attorno al nostro gruppo gravitano tante persone che di fronte ad un bisogno si adoperano aiutandoci sempre con un sorriso sulla bocca. 
I volontari sono la parte più generosa del nostro territorio, dedicano parte del loro tempo ad altre persone e sono l'esempio di chi ha voglia di costruire una società migliore dove non c'è spazio per l'invidia sociale e dove si dicono sempre parole di incoraggiamento. Grazie.
 
Spero che vi sia un importante rivoluzione culturale soprattutto nel mondo giovanile per far si che sempre più persone possano dedicare il loro tempo per gli altri.
 
Pierangelo Canepari
Presidente
Valsassina Ski Team - Barzio
 
...non importa dove sei arrivato...
quello che conta è riuscire a spingersi oltre....
 

"Lo sci è uno sport speciale. 

Uno sciatore, si allena sempre insieme ad un gruppo di persone, ad una squadra, per preparare una intera stagione. Allo stesso tempo però, negli istanti prima di una gara, ti ritrovi da solo e lì tutto dipende da te stesso. Lo sci è uno sport individuale e di squadra. Così quando ho raggiunto il successo è stato molto importante per me condividere la gioia con gli altri. Per me, anche una volta raggiunti i massimi risultati nella mia disciplina, è stato sempre importantissimo ricordare perché io facevo quel determinato sport. E il mio pensiero era: “Quando scio sento la gioia”. Bisogna ricordarsi sempre perché si pratica uno sport. Certo, è bello essere veloci e vincenti, ma ai giovani attraverso le società sportive, bisogna offrire un avviamento allo sport più ampio, che non si limiti ad insegnare una semplice tecnica sportiva. Solo così può rimanere dentro la gioia e la passione. Tante volte i genitori sono i primi che vogliono fare del proprio ragazzo un campione del mondo e così la gioia passa in secondo piano".

 

Insegnare a sciare:

 
Aiuta a crescere un UOMO e uno SPORTIVO
Lo sci è uno sport alla portata di tutti, soprattutto se praticato in forma educativa.
 
Mira alla formazione completa della personalità attraverso lo sviluppo della capacità di conoscenza e decisione, di coordinazione dell’agilità, della forza e di tutte le caratteristiche fisiche dell’individuo. Inoltre attraverso la pratica dello sci, si ha la possibilità di avvolgersi  di un ambiente ambiente montano unico che difficilmente altri sport forniscono.
 
Lo sci club attraverso i suoi maestri e le scuole sci  che collaborano con noi per  insegnare questa attività ai Vostri ragazzi  sia dal lato tecnico che educativo.
 
L’avviamento all’attività sportiva dei giovani è una scelta che normalmente viene compiuta da Voi, perché se è vero che in età dai 5-10 anni il bambino apprende più facilmente,è anche vero che non ha ancora sviluppato quella personalità e capacità indispensabili per effettuare scelte autonome.
 
E’ importante che il genitore partecipi all’attività del proprio figlio per chiarire con i maestri molti aspetti dell’educazione psicomotoria nell’obbiettivo di uno sviluppo armonico del bambino.
 
Uno degli ostacoli principali che il bambino incontra nell’apprendimento di questo sport è la paura della velocità, della pendenza, degli impianti di risalita e delle inusuali sensazioni date dallo scivolamento. Gli insegnati cercheranno di instaurare un rapporto di fiducia con il bambino “normalizzando” le molteplici sollecitazioni a cui viene sottoposto, sdrammatizzando le situazioni difficili, Voi invece lo aiuterete a vincere le sue paure con un atteggiamento rassicurante, con un continuo dialogo e soprattutto evitando inutili e dannosi confronti con i compagni.
 
Anche se lo sci è uno sport individuale è fondamentale nel gruppo una buona collaborazione tra i compagni. Per sviluppare questo percorso in cui il bambino si trova coinvolto è necessario mantenere tutti i componenti del gruppo sempre in contatto fra loro: dare ad ogni bambino una precisa collocazione e determinate responsabilità nel contesto del gruppo. Inoltre, devono essere costantemente posti in grande rilievo i valori morali ed etici da rispettare, insistendo sempre sulla possibilità di lavorare in modo comunitario anche nella rivalità. L’esperienza socializzante e la possibilità di avere scambi di informazione con gli altri allievi è un grande incentivo per la maturazione della personalità: il bambino diventerà più rispettoso degli impegni che ogni componente del gruppo si assume, considerandoli in funzione alle capacità individuali di ciascuno.
 
La pratica e l’abitudine ad una sana attività motoria sono utili per migliorare e sviluppare nel modo migliore l’aspetto psichico e intellettuale della personalità in evoluzione.
 
Attraverso un’educazione fisica e sportiva, applicata in modo corretto, l’uomo si completa, in quanto le esperienze personali lo arricchiranno favorendo schemi motori utili e funzionali nell’intero corso della sua vita.
 

...fare squadra per fare strada.

Facile da dire difficile da realizzare. Serve grinta, carattere, entusiasmo. E bisogna lavorare sodo, sacrificarsi, vivere da atleti. Ma per emergere la via è una sola, in salita, dura. Un muro sul quale sputare sangue. Non basta il talento, servono dedizione, costanza, impegno. E non è la tecnica che crea il senso di appartenenza, ne' il tempo. Il legame con il gruppo si realizza creando situazioni affettive che siano in equilibrio con la necessità di essere esigenti...

"Lo sci è uno sport speciale. 

Uno sciatore, si allena sempre insieme ad un gruppo di persone, ad una squadra, per preparare una intera stagione. Allo stesso tempo però, negli istanti prima di una gara, ti ritrovi da solo e lì tutto dipende da te stesso. Lo sci è uno sport individuale e di squadra. Così quando ho raggiunto il successo è stato molto importante per me condividere la gioia con gli altri. Per me, anche una volta raggiunti i massimi risultati nella mia disciplina, è stato sempre importantissimo ricordare perché io facevo quel determinato sport. E il mio pensiero era: “Quando scio sento la gioia”. Bisogna ricordarsi sempre perché si pratica uno sport. Certo, è bello essere veloci e vincenti, ma ai giovani attraverso le società sportive, bisogna offrire un avviamento allo sport più ampio, che non si limiti ad insegnare una semplice tecnica sportiva. Solo così può rimanere dentro la gioia e la passione. Tante volte i genitori sono i primi che vogliono fare del proprio ragazzo un campione del mondo e così la gioia passa in secondo piano".

Certi genitori? bisognerebbe ammazzarli fin da piccoli.

 
Lo sport rappresenta una realtà in cui responsabilità individuale, rispetto delle regole si coniuga a divertimento in una situazione di scelta personale del ragazzo. Si dice che lo sport sia scuola di vita, per me lo può essere a patto che si metta una grande attenzione nell’insegnarlo e nel praticarlo. Un’altra premessa, molte cose di cui parlerò spesso non si riesce a metterle in opera per una serie di situazioni contingenti, ma credo che la coscienza di ciò che deve essere fatto sia il primo passo per raggiungere un obiettivo.
Come arrivano i ragazzi a fare sport:
 Messaggi pubblicità: dai giornali, ai compagni di scuola, alla Tv, ai video giochi dove ci si disegna campione (play station)!
 Spinta del genitore:
o ex atleta.
o sue mancate aspirazioni, la rivincita.
 Compagni di scuola, amici.
Questi messaggi sono molto spesso improntati alla competitività esasperata, al vincere ed primeggiare tra gli altri come unica strada di fare sport.
Il non riuscire nello sport è un vedersi diminuito come immagine verso gli altri (genitori, compagni) e verso se stessi. E’ meglio andare male a scuola che non riuscire nello sport (secchione!) Il riuscire all’opposto da spesso una prospettiva sbagliata di se stessi nella vita ed una sensazione di onnipotenza. Da tutto ciò nasce una situazione di stress che va gestita dagli istruttori e dai genitori attraverso un corretta comunicazione tra:
1) Atleti – Istruttori
a) E’ la relazione più importante e può essere danneggiata da improprie critiche da parte dei genitori.
2) Genitori – Istruttori: quanto il tipo di rapporto influisce in modo diretto sull’atteggiamento e sul comportamento del giovane atleta nei confronti dello sport, non è facile definire ma la sua importanza è sostanziale.
a) Cosa il coach deve comunicare ai genitori:
− Filosofia di gioco del coach
− Aspettative sul ragazzo
− Organizzazione degli allenamenti
b) Cosa comunicare all’allenatore
− Avere un primo contatto positivo presentandosi e proponendo una
collaborazione
− Preoccupazioni particolari: comunicate direttamente al coach (problemi
caratteriali, fisici, etc.).
− Problemi pratici (concomitanze di orari, studio, etc.)
− Specifiche preoccupazioni riguardo alla filosofia ed alle aspettative del
coach.
c) Di cosa discutere con il coach
− Il trattamento riservato al figlio, mentalmente e fisicamente
− Modi per aiutarlo a crescere
− Preoccupazioni per il suo comportamento
d) Di cosa non parlare con l’allenatore
− Tempo di gioco
− Strategie di gioco
− Schemi chiamati
− Di altri giocatori
e) Come fare se ci sono cose di cui parlare con l’allenatore
− Fissare un appuntamento lontano dalla partita e dall’allenamento, in una situazione tranquilla e riservata.
3) Genitori - Atleti
a) Non cercare di vivere attraverso tuo figlio.
b) Se credi che l’allenatore non stia svolgendo un buon lavoro, non comunicarlo a tuo figlio.
c) Non dare suggerimenti tecnici durante la partita.
d) Non dare un cattivo esempio urlando contro arbitri ed avversari.
Il temperamento prima, e il carattere dopo, svolgono una funzione molto importante, non insistere con un figlio timido a partecipare ad uno sport di squadra quando per lui la corsa di lunga distanza è una situazione con cui si trova bene. La domanda centrale è “mio figlio si diverte nel fare sport?”. Ma spesso questo interrogativo non viene preso in considerazione da parte dei genitori. Insieme alle abilità tecniche i ragazzi imparano l’importanza di riuscire in un compito, il valore di avere una passione sportiva le ricompense del lavoro di gruppo, la gioia di raggiungere un obiettivo, l'importanza di sforzarsi per eccellenza, l'appoggio di un adulto premuroso ed il gusto dolce di realizzare il successo.
Il ruolo dell’allenatore deve essere quello di:
o Saper insegnare e non solo avere conoscenze tecniche
o Dare entusiasmo, con la voce, con l’esempio sul campo
o Saper ascoltare, avere capacità di comunicare: Il rispetto nasce
anche dal dimostrare la volontà di ascoltare gli atleti per tirare fuori che cosa hanno dentro e che aiuto richiede. Comprendere l’importanza dei piccoli problemi, la gelosia tra compagni per esempio. Aiutare il figlio a sviluppare una sana aspettativa personale, accettando successi e fallimenti che derivano dal praticare uno sport. Questo è uno dei compiti principali che ha un genitore.
 Parlare con tuo figlio lontano dalla partita o dalla gara.
 Cercare di stimolarlo a parlare ad esprimere ciò che sente, ciò che gli piace dell’allenamento, le sue esperienze. Ci vorrà tempo perché inizi a parlare.
 Cercare di creare l’auto coscienza di ciò che ha fatto di buono, anche se la squadra ha perso. Se ha giocato male cerca di parlare di cosa ha imparato dagli errori fatti e cosa fare per migliorare in vista delle prossime partite. Comprendere la sensibilità dei ragazzi e quando arriva di cattivo umore condividi i suoi sentimenti, fargli sentire che si ha capito. Dargli una prospettiva più ampia della situazione.
Cosa fare con un figlio non atleta: ci sono tante altre possibilità di vivere lo sport, allenatore, giornalista, statistiche, arbitro…!
“Primo l’atleta, secondo vincere” ma il vincere ha un suo valore, si deve imparare dalle vittorie come dalle sconfitte ed occorre spiegarlo ai ragazzi che percepiscono la differenza. Il modo in cui il ragazzo reagisce allo stress dipende, in sostanza, dall’allenatore e dai genitori.
 
 
Le regole del “buon”genitore.
 Il ragazzo che sceglie di impegnarsi in uno sport merita rispetto e stima da parte dei genitori, che devono cercare di spronarlo ed incoraggiarlo nello svolgimento di tale attività, ma sopratutto capire, e fargli comprendere , che lo sport è prima di ogni cosa, divertimento e voglia di stare insieme, senza nutrire gelosie inutili o false ambizioni, che, il più delle volte, sono di ostacolo e non di aiuto al genitore. In effetti, particolarmente nel calcio e nella fascia d'età compresa tra i 7 ed i 14 anni, il genitore si trova di frequente protagonista di situazioni spiacevoli, che creano problemi ed ostacoli ad una serena e positiva attività sportiva per il proprio figlio.
Molto spesso, un occhio attento scopre che il vero protagonista delle partite giovanili, colui che è più carico di tensioni, che si è preparato meticolosamente e che poi si dispera se si sbaglia un tiro in porta è proprio il genitore. Il ragazzino, invece, scuote le spalle, cancella quasi subito l'errore o la sconfitta e, in definitiva, l'unica cosa di cui veramente si rammarica è l'idea della predica che lo aspetta a casa. Può capitare che inconsciamente si tenda a realizzarsi attraverso il bambino e a proiettare su di lui i desideri che non si è riusciti a soddisfare da giovani.
Con la convinzione che "lo si fa per il suo bene", in realtà si può correre il rischio di diventare veri e propri deterrenti psicologici, non solo condizionando negativamente il rendimento in gara, ma, fatto ancora più grave, danneggiando lo sviluppo psicologico del ragazzo. Molto spesso si vorrebbe che il proprio figlio non dovesse mai soffrire, ne commettere errori, ma ricevere dalla vita solo gioia e felicità: questo, purtroppo, non è possibile ed il compito del genitore diviene, perciò, quello di non intromettersi nelle scelte del figlio e di non voler vivere la vita al suo posto, capendo che ogni errore commesso ed ogni dolore provato aiuta il ragazzo a crescere ed a formare una sicura personalità.
Penso che l'attività sportiva sia uno dei mezzi migliori per aiutare il proprio figlio a maturare e a crescere, in quanto lo sport spinge il giovane ad impegnarsi, a cercare di migliorarsi, a mettersi continuamente alla prova, a stringere rapporti sociali, a comprendere il sacrificio e l'umiltà, ad assumersi delle responsabilità ed a divenire membro di una collettività nella quale vigono, per ciascuno, diritti e doveri.
Di seguito vengono proposti alcuni suggerimenti per i genitori, frutto di esperienze e che servono ad indicare un modello di comportamento positivo nei riguardi dei propri figli, modello che, ovviamente non ha nessuna pretesa di essere un Dogma, ma solo una traccia di riflessione.  
 
                                                                       
 
Stimolare, incoraggiare la pratica sportiva, lasciando che la scelta dell'attività sia fatta dal bambino.
Instaurare un giusto rapporto con l'allenatore per fare in modo che al bambino arrivino sempre segnale coerenti dagli adulti di riferimento.
Lasciare il bambino libero di esprimersi in allenamento ed in gara (è anche un modo di educarlo all'autonomia).
Evitare di esprimere giudizi sui suoi compagni o di fare paragoni con essi: è una delle situazioni più antipatiche che si possano verificare sia per i piccoli che per i grandi.
Evitare rimproveri a fine gara. Dimostrarsi invece interessati a come vive i vari momenti della gara ed eventualmente evidenziare i miglioramenti. Aiutarlo a porsi obiettivi realistici ed aspettative adeguate alle proprie possibilità.
Offrire molte opportunità per un'educazione sportiva globale. Rispetto delle regole, degli impegni, delle priorità, dei propri indumenti, degli orari, dei compagni, dell'igiene personale. Il genitore deve concorrere al raggiungimento di questi obbiettivi con l'allenatore.
Far sentire la nostra presenza nei momenti di difficoltà; sdrammatizzare, incoraggiare, evidenziare gli aspetti positivi. In ogni caso salvaguardare il benessere psicologico del bambino.
Avere un atteggiamento positivo ed equilibrato in rapporto al risultato, saper perdere è molto più difficile ed importante che saper vincere. Nello sport, come nella vita, non ci sono solo vittorie e dopo una caduta bisogna sapersi rialzare.
Tener conto che l'attività viene svolta da un bambino e non da un adulto.
Cercare di non decidere troppo per lui.
Cercare di non interferire con l'allenatore nelle scelte tecniche evitando anche di dare giudizi in pubblico sullo stesso (in caso di atteggiamenti ritenuti gravi rivolgersi in Società).
Cercare di non rimarcare troppo al bambino una partita mal giocata o quant'altro evitando di generare in lui ansia da prestazione (non bisogna essere né ipercritici né troppo accondiscendenti alle sue richieste che spesso sono solo dei capricci).
Incitare sempre il bambino a migliorarsi facendogli capire che l'impegno agli allenamenti in futuro premierà (rendendolo gradatamente consapevole che così come a scuola anche a calcio per far bene c'è bisogno di un impegno serio).
Abituare il bambino a farsi la doccia, legarsi le scarpe da solo e a portare lui stesso la borsa al campo sia all'arrivo che all'uscita (rendendolo piano piano autosufficiente).
Cercare di non entrare nel recinto di gioco e nello spogliatoio.
Durante le partite cercare di controllarsi: un tifo eccessivo è diseducativo sia per i bambini che per l'immagine della società nei confronti dell'esterno.
Cercare di ascoltare il bambino e vedere se quando torna a casa dopo un allenamento od una partita è felice.
Ricordarsi che sia i compagni che gli avversari del proprio bambino sono anche loro bambini e che pertanto vanno rispettati quanto lui e mai offesi.
Rispettare l'arbitro e non offenderlo. Molto spesso gli arbitri sono dei dirigenti e anche loro genitori che stanno aiutando il calcio giovanile: tutti si può sbagliare, cerchiamo di non perdere la pazienza!
Ricordarsi che molte volte si pensa che "l'erba del vicino sia sempre la migliore" e pertanto prima di criticare l'operato della Società cercare di capire chiedendo direttamente spiegazioni ai Dirigenti responsabili di eventuali scelte ritenute ingiuste.
La psicologia nello sport offre alle famiglie informazioni utili sul profondo significato educativo dello sport e su come favorire nei figli lo sviluppo dell'autostima e la gestione dell'ansia da prestazione.
In un progetto di formazione nello sport che si prenda cura dell’individuo e’ utile trovare uno spazio adeguato ai genitori.
E’ opportuno premettere che i genitori, nonostante siano orientati a desiderare il meglio per i loro figli e a non commettere errori, sono esseri umani e perciò fallibili, nonostante le intenzioni.
Ciascun genitore raccoglie in sé pregi e difetti, potenzialità e limiti, desideri ed aspettative.
Il mondo dello sport e’ fatto di regole, rispetto, accettazione, valorizzazione delle qualità, consapevolezza dei limiti, vittorie e sconfitte, delusioni e soddisfazioni.
Il genitore utile allo sport è in conclusione colui che:
è presente, si impegna a conoscere e capire il proprio figlio per le qualità, i limiti, le intenzioni, i desideri, i bisogni, gli errori ed i successi.
stima il figlio nonostante gli errori ed i limiti.
rispetta le regole, gli avversari, i tecnici, le decisioni arbitrali.
fa critiche costruttive utilizzando messaggi chiari.
incoraggia a competere sulla base delle proprie capacita’.
rispetta il ruolo dei tecnici
chiede, se lo ritiene opportuno, chiarimenti ai tecnici evitando così di alimentare pettegolezzi che si rivelano sempre dannosi per l’ambiente e creano situazioni ansiogene tra gli atleti.
La psicologia nello sport può offrire a tutti coloro che frequentano centri sportivi una opportunità di crescita culturale perché può essere un veicolo di conoscenza di temi che si trovano sempre più al centro dell’interesse tra le persone.
Lo sport infatti non è solo movimento. E’ anche educazione, rispetto, cultura, valori, benessere, stare insieme, condividere, accettazione dei propri limiti, valorizzazione delle proprie risorse, collaborare, mettersi alla prova, autocritica, obiettivi da raggiungere e da condividere. E’ amicizia, fratellanza, sana competizione.
Insegna a gioire della vittoria e ad accettare l’amarezza della sconfitta, a cadere per poi rialzarsi, a vivere le emozioni. Tutto questo è cultura sportiva e la psicologia può essere il veicolo per valorizzare la vera essenza dello sport.
 
 
 
L’importanza del Feedback positivo – costruttivo.
Il feedback, ovvero il riscontro che date a vostro figlio, deve essere costruttivo sempre! Se si vuole fare crescere i vostri figli con una forte autostima e  senso di sicurezza, confidenti nelle proprie capacità, questo è l'unico modo che avete per centrare questo vostro obiettivo. 
Concentratevi su ciò che hanno fatto bene, specificando cosa e come.
Bisogna rinforzare gli atteggiamenti positivi e sottolineare sempre ciò che i vostri figli fanno bene, non dare nulla per scontato o per dovuto.
Anche ciò che a voi sembra una sciocchezza o una banalità, o un gesto facile, per i vostri bimbi può essere un'impresa che non deve passare inosservata ai loro genitori: così facendo li stimolerete a ripetere la prova positiva.
Se dite ad una persona che sta bene vestita con il rosso, probabilmente, tenderà a vestirsi sempre più spesso di rosso: se fate notare ai bimbi che sono bravi fare un gesto, probabilmente lo ripeteranno con più facilità.
E’ fondamentale insegnare al proprio figlio a tollerare la frustrazione. Ogni genitore per il proprio figlio vorrebbe il meglio e se fosse possibile gli eviterebbe di imbattersi in qualsiasi esperienza negativa. Semplicemente perché lo ama molto. Ma proprio per questo, bisogna avere la forza di fargli sperimentare, oltre alle cose belle, le delusioni e le esperienze problematiche. A tale proposito, lo sport oltre a permettere al bambino di fare esperienza di una serie di eventi positivi, da l’opportunità di cimentarsi nella sconfitta, attraverso la partita persa, i rimproveri del compagno, il gol subito o la mancata convocazione. Anche se per ogni genitore è doloroso vedere il proprio figlio deprimersi o soffrire per ciò che sta vivendo, è importante insegnargli che bisogna tollerare i momenti difficili, perché con questa esperienza si propone al bambino l’opportunità di trovare la strategia personale per reagire alle situazioni stressanti della quotidianità. Se non si insegna ai propri figli che le cose non vanno sempre come si desidera, da adulti non saranno in grado di farlo da soli. Quindi bisogna sostenerli a sopportare una delusione che viene dall’esterno, guardando con ottimismo alle opportunità future di riscattarsi, suggerendogli in questo modo una strategia per non sentirsi sopraffatti dagli eventi. Lo sport dà l’opportunità ad un bambino di fare questo tipo di esperienza, bisogna sostenerlo e spiegargli con amore che più si imparano a sopportare le sconfitte più ci si rafforza, ma prima è necessario che sia convinto di questo il genitore che suggerisce il messaggio.
A volte dopo una partita, il genitore, insoddisfatto del risultato o della prestazione del figlio, si mette a criticare le decisioni del mister, non rendendosi conto, per mancanza di conoscenza di questi meccanismi, che così facendo svalorizza una figura di riferimento per il figlio, discernendola di credibilità. Inoltre, ciò può indurre il bambino, che tende ad imitare il genitore, all’abitudine di criticare tutti, proiettando spesso sugli altri il motivo di una sconfitta, o di un’ammonizione, senza riconoscere le proprie manchevolezze. In questo senso può capitare che invece di rendersi conto di non aver giocato molto bene, si dà la colpa all’arbitro, o all’allenatore, soprattutto se si assiste alle affermazioni di un genitore che non riconosce i limiti del figlio. Così facendo, si esclude al bambino l’opportunità di riflettere e capire dove si è sbagliato, traendo da ciò degli spunti di crescita.
Distinguere se stesso dal proprio figlio
Spesso il proprio figlio è vissuto come un prolungamento di se stessi. Questo atteggiamento, spontaneo e non controllabile, è la conseguenza della tendenza dell’essere umano a vedere una parte di sé nel bambino che mette al mondo. Se succede di vedere piangere il proprio figlio in mezzo al campo perché ha sbagliato il rigore o ha subito un fallo, ci si sente inquieti e si può reagire in modo brusco, magari con il genitore di quel bambino autore del fallo. Tutto ciò accade perché quell’esperienza è stata vissuta come un attacco alla parte di se stessi a cui si tiene di più, ovvero quella proiettata sul figlio. In questo senso, il genitore vive le esperienze del proprio figlio come se fosse lui a farle, recependo le sue sconfitte come se fosse lui il perdente, sovreccitandosi anche in modo troppo acceso se il figlio vince. Questo atteggiamento non passa inosservato al bambino, che è sensibile agli stati d’animo del genitore ed al modo in cui egli si comporta o parla con lui. Se dopo aver perso la gara, vede il genitore affranto con il suo silenzio o ipercritico, oppure a seguito di una vittoria lo sente esprimere un eccesso di elogi, l’idea che si fa è che sia accettato da lui soltanto se vincente. Ciò può portarlo, nel momento in cui si appresta a disputare la gara, a concentrarsi soltanto sul tentativo di non perdere, per evitare di sopportare la delusione di vedere insoddisfatto il proprio genitore. Sarebbe invece costruttivo che si concentrasse sulla collaborazione con gli altri compagni, su ciò che gli suggerisce dalla panchina il mister e disputare la propria gara, non quella che si aspetta il genitore. Lasciare al proprio figlio lo spazio di farsi un’idea personale degli altri e delle situazioni. Il bambino di solito, valuta le sue esperienze in base a come i genitori le vivono, in quanto non ha ancora senso critico. Se si dice al proprio figlio: “Questa maglietta ha un colore che non ti sta bene” lui molto spesso non riesce a capire che si tratta di un giudizio personale, ma pensa che in assoluto quel colore non gli stia bene. Nel contesto dell’esperienza calcistica questo significa che dargli giudizi personali su altri calciatori, o sull’allenatore, o su un’altra squadra, potrebbe confondergli le idee, inquinando il rapporto che il bambino tenta di stabilire con gli altri.
E’ necessario delegare la preparazione del figlio, esclusivamente all’allenatore. Partecipare all’attività del figlio come se si assistesse al calcio degli adulti, entusiasma e coinvolge i genitori, ma senza dubbio relega in secondo piano l’attenzione per il bambino e molto spesso incide sulla figura dell’allenatore, esponendolo a critiche e giudizi poco obbiettivi, che rischiano di demotivarlo ed interferire sul lavoro che compie con impegno e professionalità. Di fronte a questo problema, non si può avere la pretesa di modificare una concezione del calcio che ha radici culturali profonde e largamente condivise. Bisogna tuttavia riconoscere, che spesso il genitore agisce in modo inadeguato involontariamente, perché non si rende conto che l’allenatore rappresenta per il proprio figlio una figura di riferimento importante, che il bambino tende ad idealizzare e che le critiche rivolte al tecnico possono disorientarlo. L’allenatore che lavora in una scuola calcio dovrebbe essere riconosciuto un ruolo ben diverso da quello del tecnico delle squadre che si seguono in televisione, in quanto egli è un educatore che nell’istruire allo sport, insegna al bambino ad esprimere le sue potenzialità al meglio, intendendo con queste non solo le capacità tecniche, ma la capacità di socializzazione in un gruppo, di gestire l’ansia attivata dal mettersi in gioco, la capacità di diventare autonomi negli spogliatoi, di rispettare l’autorevolezza dell’allenatore, quindi una serie di aspetti dal valore educativo utili per la crescita.
Non ci si può, quindi, limitare a valutare il suo operato esclusivamente dal numero delle vittorie e dalle sconfitte raccolte, ma bisogna predisporsi a valutare in un modo più ampio il suo lavoro ed i suoi risultati, cercando di interferire il meno possibile. In questo senso, il genitore dovrebbe essere in grado di lasciare l’allenatore libero di fare le sue scelte, anche perché se è vero che nessuno meglio del genitore conosce il proprio figlio e pur vero che nessuno meglio dell’allenatore conosce la sua squadra.
Se poi i risultati non sono soddisfacenti per il genitore, bisogna considerare che potrebbero esserlo per l’allenatore, che per esempio con una formazione alternativa mandata in campo intende, magari, sperimentare nuove potenzialità del gruppo al di là del risultato. Molto spesso, il genitore concentrato esclusivamente sul risultato, non coglie taluni aspetti e muove più o meno direttamente delle critiche, che rischiano di confondere il tecnico e ripercuotersi sull’andamento della squadra, inficiando proprio su quello a cui i genitori aspirano, ovvero veder vincere il proprio figlio.
Il genitore dovrebbe cercare di rendersi conto di quali siano le sue aspettative nei confronti del proprio figlio e quali siano le reali capacità del figlio di attuarle. Ogni bambino ha le sue preziose potenzialità e se tra queste non ci rientra la capacità di giocare bene a pallone, bisogna essere in grado di riconoscere che il proprio figlio potrebbe sentirsi molto più realizzato e sicuro di sé nell’ambito di un altro sport. A meno che non gli si faccia capire che il calcio è un gioco e che prima di tutto ci si deve divertire, in questa ottica non è necessario essere un campione per disputare una gara.
Il genitore dovrebbe sapersi concedere uno spazio di riflessione, in cui chiedersi cosa si aspetta dal proprio figlio, in questo modo potrà rendersi conto che al di là delle aspettative compensatorie per cui si desidera vedere attuare in lui quello che non si è riusciti a diventare, l’aspettativa profonda a cui ogni genitore tiene di più è senza dubbio quella di desiderare che il proprio figlio diventi un adulto sereno. Per far si che ciò avvenga bisogna prima di tutto lasciarlo libero di essere quello che è e proporsi a lui come un valido riferimento da cui trarre conforto ma anche incitamento, controllando meglio che si può l’insidioso tentativo che a volte sfugge, di plasmarlo secondo i propri desideri.
In conclusione quel genitore che in tribuna si emoziona perché il figlio sta calciando il pallone, assieme al desiderio di vederlo vincere dovrebbe tentare di vedere la situazione con un’altra ottica, per cui incitarlo affinché non demorda nell’affrontare meglio che può l’avversario, impegnandosi con tenacia nel perseguire le direttive del mister, non abbattendosi se qualcuno più forte di lui lo contrasta. In tal modo, il genitore diviene spettatore di un evento più soddisfacente della vittoria stessa: vedere il proprio figlio impegnato ad esprimersi al meglio indipendentemente dal risultato, dal momento che entra in campo fino al fischio finale di quella partita che è solo sua.
 
a cura di: Dott. Aldo Grauso

 

 

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

 

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